Sono ormai passati diversi anni, dalla prima volta che ho letto un articolo su genitoricrescono.

Ero una neomamma alle prese con una bimba che non dormiva e alla ricerca di un confronto sulla genitorialità che non fosse partigiano e mi ero ritrovata in un luogo virtuale in cui chi scriveva mi sembrava equilibrato e realista.

Nello stesso periodo mi ero ritrovata in un gruppo minuscolo su Facebook in cui si discuteva di tutto di più, dove l’essere genitori era il pretesto per cominciare scambi su politica, filosofia e cultura e lì ho “conosciuto” Serena.

Le nostre visioni erano spesso convergenti e quando non lo erano, era un piacere leggere il suo pensiero…finchè un giorno della primavera del 2013 non mi ha chiesto di scrivere per loro.
Vi confesso che ho sempre l’ansia da prestazione quando devo scrivere per loro, in parte perchè il livello dei loro collaboratori è davvero alto (e se girate un po’ per il blog potete facilmente rendervene conto), e un po’ perchè Serena ha deciso che le piace il mio entrare a gamba tesa su certi temi e il cercare di abbattere le rigide prese di posizione sulla genitorialità che sembrano andare di moda oggi.

Scrivere per loro mi ha fatto vincere in parte le mie insicurezze di “scrittrice” e mi ha fatto pensare che forse, un angolino tutto mio per scrivere, potevo averlo anch’io….quindi è anche merito (colpa) loro se esiste Relazioni Positive 😛

Se avete voglia, qui trovate il mio contributo di oggi per genitoricrescono, sul ruolo dei nonni http://genitoricrescono.com/ruolo-nonni-oggi/

 

(se volete leggere i miei vecchi articoli su genitoricrescono, qui trovate l’elenco completo http://relazionipositive.it/elena-sardo-psicologa/)

 

Per il tema del mese, Generazioni, Serena rilancia sulla pagina Facebook di GenitoriCrescono un mio vecchio pezzo, con questa riflessione:

 

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lo scontro generazionale passa anche attraverso i nostri tabù personali in termini di educazione sessuale. Come tenete a bada i vostri tabù quando parlate di sessualità con i vostri figli?

Buona lettura, per chi ne ha voglia

http://genitoricrescono.com/tabu-personali-educazione-sessuale/

 

Nella mia pratica professionale, mi capita sempre più spesso di aiutare le persone ad elaborare il lutto di una separazione o di un divorzio, o a sostenere i futuri ex coniugi nel passaggio ai nuovi assetti familiari coi figli.

Anche se il moderno immaginario comune da social network ( e non solo) descrive quest’esperienza come catartica e positiva, un divorzio è sempre doloroso e rappresenta sempre, sia per chi viene lasciato che per chi lascia, un fallimento.

Per i figli, se è pur vero che meritano dei genitori sereni e felici, la separazione della mamma e del papà è un trauma, una crisi con cui dovranno fare i conti, prima o poi, nel loro percorso di crescita.
Spesso le coppie potrebbero sopravvivere alle difficoltà che, nell’arco di una vita, sono inevitabili, magari con l’aiuto dello psicologo, qualora non riescano a trovare da soli risorse e strategie.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi, “si parla” quando è troppo tardi e si tende a fare una sorta di autopsia della relazione, quando ormai l’unione è finita: ognuno si chiede cosa non ha funzionato, cerca preferibilmente gli errori dell’altro ed è indulgente coi propri; e la conclusione è, troppo spesso, un “è meglio così, almeno posso rifarmi una vita”: e si parte alla ricerca di un nuovo compagno/a con cui mettere su un’altra famiglia, rischiando di diventare dei “monogami seriali”, felici a quinquenni/decenni alterni.

In generale sappiamo che il 9% circa dei matrimoni più recenti non sopravvive alla crisi del settimo anno e che la durata media dei matrimoni che sfociano in una separazione è di 16 anni (fonte: http://www.istat.it/it/archivio/126552 ).

La società tutta si chiede come mai i matrimoni oggi sembrano funzionare meno di un tempo e la psicologia prova a dare probabili letture di ciò che accade.

Ma io in questi giorni (come fece prima di me l’illustre collega Donata Francescato in una riedizione del suo libro “Quando l’amore Finisce” http://www.ibs.it/code/9788815090300/francescato-donata/quando-amore-finisce.html), mi sto interrogando su cos’è che fa durare una coppia.

Attorno a me, nella mia vita privata, sono ormai circondata da coppie scoppiate, più che da famiglie felici e sono rimasta tra i pochi ad essere ancora sposata (per g25 NONNI coloriiunta, felicemente).

Quando un fenomeno di cui ti occupi arriva a riguardare le persone che ami, le domande che già ti ponevi per professione, le fai a te stesso ( e a tuo marito…): perché noi siamo felici? Come abbiamo fatto a restare indenni, finora, come coppia? Come ha fatto la nostra unione a sopravvivere alle notti insonni coi bebè, ai chili di troppo e la calvizie incipiente, alle frustrazioni lavorative, ai cambi di casa, al minor benessere economico, al minor tempo libero, ai lutti, all’invecchiamento dei genitori e alla routine?
Mio marito sostiene che è tutto merito suo e della sua proverbiale pazienza…ma come risposta non mi basta (non solo perché conosco davvero la sua pazienza), ma perché non credo alla fortuna di esserci incontrati: da sola non basta. Ho bisogno di risposte , non solo per continuare ad essere felice, ma per avere più strumenti a mia disposizione per aiutare quelle coppie che si rivolgono a me prima che sia troppo tardi o quegli individui che mi chiedono aiuto per non fallire di nuovo in un progetto di vita a due.

La prima risposta mi è venuta dalla pratica clinica, attraverso le testimonianze dei miei clienti divorziati e delle coppie in crisi, ho riscontrato degli errori comuni, e ho provato a tirarne fuori 3 “regole d’oro” per aiutare la coppia a non perdersi e proseguire felicemente il proprio viaggio a due:
1) dirsi quando qualcosa non va: comunicare le piccole insoddisfazioni, i piccoli malesseri, i piccoli disagi, perché il rischio è di aprire bocca quando si scoppia, quando la frustrazione ha coltivato rabbia e aggressività e parlare non serve più per costruire ma per ferire.
2) mai dare per scontata la felicità dell’altro: in un’ottica egocentrica, se stiamo bene noi, sta per forza bene anche il partner e spesso chiediamo “sei felice?” solo per essere rassicurati (magari da una bugia) e non per controllare lo stato della coppia.
3) mantenere spazi di condivisione e complicità di coppia (un hobby condiviso, un momento quotidiano, un appuntamento ”fisso”): troppo spesso, col tempo, vanno persi, per avere, invece, spazi individuali sempre più estesi e impegni a due magari solo come genitori.

La seconda risposta me l’ha data il mio amato Alfred Adler che, negli anni ’20, sosteneva che il matrimonio è l’aspetto più alto dell’amore e che l’amore rappresenta l’attaccamento ad un’altra persona manifestato attraverso attrazione fisica e amicizia, ma può funzionare soltanto se tra i due c’è una piena cooperazione e ciascuno dei due membri della coppia ha maggiori riguardi per l’altro che non per se stesso.

L’ultima risposta mi viene da un libro che con le coppie e il matrimonio, apparentemente, non ha nulla a che vedere, “Resisto dunque sono” di Pietro Trabucchi, un libro che parla di psicologia e sport e di “resilienza” (sulla resilienza forse potresti anche leggere: http://genitoricrescono.com/vaccinare-figli-contro-dolore/ ).
È proprio la personale definizione che ne da il mio stimato collega, che, a mio parere, calza alla perfezione ai matrimoni che funzionano, completando l’analisi che fece a suo tempo Adler:

“La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino”

in cui la scelta del verbo “persistere” è per sottolineare l’idea di una motivazione che rimane salda (http://www.pietrotrabucchi.it/content.asp?ID=3 )

 

A questo punto, penso proprio che il “segreto” di un matrimonio che dura, sia la regola dei miei genitori: voler restare sposati e dirsi OGNI MATTINA, mettendo giù i piedi dal letto, “voglio che il mio matrimonio funzioni e oggi farò di tutto perché ciò accada”.

Quando vado a fare il lungo di corsa per le campagne dove abito, passo in mezzo a numerose cascine e in quasi tutte vi sono giochi per i bimbi, magari è una struttura di altalena ormai in disuso – i figli sono diventati grandi e anche i nipoti – ma resta il fatto che in ognuno di questi luoghi c’è uno spazio pensato per i bambini, per il gioco, per il loro movimento.

Questo paesaggio mi ha fatto tornare in mente un articolo di UPPA (https://www.uppa.it/), del pedagogista Daniele Novara, letto qualche mese fa, dal titolo “Il diritto di non stare fermi” (Anno XIV numero 6/2014).

L’articolo toccava diversi aspetti riguardanti il movimento dei bambini e la loro autonomia, ma in particolar modo evidenziava la carenza strutturale e di spazi dedicati all’espressione motoria all’interno delle scuole.

 

gioco liberoCi stiamo trovando a vivere in un paradosso: da una parte allarmi sulla sempre più diffusa obesità infantile e sull’aumento di patologie legate a deficit attentivi e difficoltà di apprendimento, dall’altra l’educazione fisica trattata, alla scuola primaria, come materia di serie B, e la possibilità di muoversi nell’intervallo eliminata con scopi punitivi oppure limitata per un eccesso di prudenza (i bambini possono farsi male o prendere troppo freddo o troppo caldo).

Il fatto che il nostro sistema nervoso si sviluppi attraverso la stimolazione senso-motoria (leggi anche http://relazionipositive.it/gioco-corro-salto-penso-giochi-di-movimento-e-processi-evolutivi/) e che numerosi studi abbiano dimostrato come l’attività fisica sia un bisogno fondamentale per gli esseri umani, perché riduce lo stress e l’ansia, aumenta le capacità mnemoniche e attentive e migliora le prestazioni scolastiche, sembra non essere sufficiente per riconsiderare l’atteggiamento nei confronti del movimento libero: un bimbo di 6-7 anni avrebbe bisogno di 3 ore di movimento al giorno in modo “imprescindibile, come le adeguate ore di sonno”!

Invece in molti quartieri di molte città non ci sono spazi a misura di bambino, le scuole hanno cortili usati come parcheggi, i bimbi si spostano quasi esclusivamente in automobile e raramente preferiscono le scale all’ascensore; infine l’attività fisica è tutta a carico (in senso economico e logistico), delle famiglie.

Allora, in questi giorni di “lezioni prova” e ripresa della scuola e delle attività sportive, vi invito a riflettere (e lo faccio anch’io come mamma) sull’importanza del movimento per i nostri bambini: questo loro bisogno non si esaurisce con le tre ore di pallavolo alla settimana, ma è un bisogno quotidiano.

Detta così, può farci venire un attacco di panico, ma tenerli attivi non vuol dire doverli oberare di mille impegni in palestra: basta semplicemente andare a scuola a piedi, fare le scale per tornare a casa, lasciare che si portino lo zaino, che spingano il carrello al supermercato e, magari, lasciarli giocare in cortile, mentre si prepara la cena, anche d’inverno o prevedere una toccata e fuga ai giardinetti, indipendentemente dalla stagione e dalle condizioni atmosferiche.

E allora, da domani mattina, facciamo a chi arriva primo al portone?

 

relazioni positiveEccomi qua, alla fine ci sono “cascata” anch’io.

Mi sono dovuta arrendere, perché una volta c’erano gli elenchi del telefono, per farsi trovare dai possibili clienti, oggi ci sono le “nuove” tecnologie.

L’altro imperativo categorico del marketing per lo psicologo e lo psicoterapeuta sembra essere l’iper-specializzazione in qualche nicchia di mercato o tipo d’utenza; per la serie: siamo talmente tanti che più fai una cosa specifica, più è probabile che riuscirai a campare col tuo lavoro.

Panico! Non ce la posso fare. Non ce la posso fare a scrivere periodicamente qualcosa che sia almeno vagamente interessante o intelligente, ma soprattutto non mi ci vedo a fare tutti i giorni la stessa cosa, ad occuparmi di un solo tipo di utenza, o problematica: perderei la mia energia vitale e il piacere di fare il mio lavoro!

E quindi?

Quindi mi adeguo, in parte, ma mi adeguo per non soccombere, perché amo il mio lavoro, anche quando è frustrante e faticoso, e lo amo così tanto che voglio vivere facendo la psicologa. E devo fare marketing.
Quindi: ecco a voi il mio spazio, Relazioni Positive, l’ennesimo blog/sito di uno strizzacervelli che dice la sua.

Relazioni Positive perché, riflettendo su di me e il mio lavoro, ho capito che è questa la mia nicchia di mercato. Mi occupo da sempre di benessere psicologico, non solo del suo recupero, ma di coltivarlo e alimentarlo.

E le Relazioni Positive sono uno degli elementi fondamentali del benessere psicofisico, evidenziati dalla ricerca più recente (insieme a autonomia, padronanza ambientale, crescita personale, avere uno scopo nella vita e autoaccettazione), ma che già Adler (https://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Adler), ai suoi tempi , aveva capito essere cruciali.

Vi avviso, sarò me stessa, la versione più professionale di me stessa, ma pur sempre me stessa: pubblicherò a ritmi balzani, scrivendo su quel che mi ispira in quel momento e quando avrò tempo (ovvero quando non sarò al lavoro, non sarò con la mia famiglia, non starò facendo il pane, o non starò correndo); sarò sincera e diretta, anche se professionale e seria.

Sicuramente, se volete capire se posso esservi di aiuto, questo è il posto giusto per scoprirlo.