GIOCHI DA MASCHI E GIOCHI DA FEMMINE

In questi giorni il professor Morelli sta perdendo qualche venerdì, rilasciando inteviste su presunte radici della femminiltà, facendo affermazioni sessiste e prive di alcun fondamento scientifico.

A tal proposito è stato intervistato da Michela Murgia, telentuosa e brillante scrittrice e femminista. Durante l’intervista Morelli, incalzato dalle puntuali domande della Murgia, perde il controllo, dando un “bell’esempio” della radice patriarcale maschilista della nostra società, che vuole la donna zitta se contraddice l’uomo: si passa dal lei al tu, si aggredisce e poco importa se il maschio sta dicendo assurdità prive di fondamento, non è tollerato. Morelli arriva addirittura a dire che le donne DEVONO essere oggetto del desiderio degli uomini, se no sono mentalmente malate e che è naturale che maschi e femmine giochino con giocattoli differenti e “peculiari”, affermando che è scientificamente provato.

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Ma esistono giochi da maschio e giochi da femmina?

Guardando i cataloghi e gli scaffali dei negozi, si direbbe proprio di si!

Facciamo, però, un passo indietro: perché i bambini giocano?

Il gioco è un’attività complessa, così complessa da non aver trovato una definizione univoca, ma che, sicuramente, rappresenta per l’essere umano e per moltissimi animali, non solo un’attività per passare il tempo in modo piacevole, ma anche un modo per imparare, una vera e propria palestra per il cervello. Il gioco svolge, infatti, un ruolo chiave nello sviluppo del bambino dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale ed ha caratteristiche differenti nelle diverse fasi di sviluppo.A partire dai due anni i bambini sono in grado di rappresentarsi mentalmente cose, oggetti, situazioni e persone, indipendentemente dalla loro presenza: grazie a questa nuova competenza cominciano a dedicarsi al gioco simbolico, ovvero al “facciamo finta che”, attività in cui imitano gli adulti,  gli altri bimbi e ciò che accade nella realtà. Il gioco simbolico è la prima forma di gioco strutturato e nasce spontaneamente: i bimbi aggiustano, cucinano, nutrono bambolotti, spostano oggetti con le ruote, senza distinzioni di genere, riproducendo ciò che vedono intorno a loro.

Il gioco è, però, fortemente influenzato dagli adulti, che  incentivano o disincentivano oggetti, luoghi e modi di giocare e che, addirittura, consentono di giocare oppure no;  il gioco sarebbe, dunque, un’attività spontanea, ma viene fortemente influenzata dalla cultura e dalla società di appartenenza.

Sicuramente ad un certo punto, la maggior parte dei bambini inizia ad identificarsi come appartenente ad un genere piuttosto che un altro: questa identificazione viene sfruttata dall’industria dei giocattoli per influenzare pesantemente il comportamento di acquisto, prima di tutto degli adulti e poi dei bambini stessi; la differenziazione di interessi che ne deriva, non è spontanea, naturale e nemmeno biologica, ma  influenzata dai colori e dalle immagini presenti sulle confezioni, negli spot televisivi e nei cataloghi.

Uno studio del network europeo Coface del 2016, sui cataloghi di giocattoli, ad esempio, evidenzia come essi si rivolgano ai maschi in modo più esteso, con una più ampia e stimolante gamma di opportunità di identificazioni e di giochi, mentre i prodotti dedicati alle femmine, oltre ad essere di meno, riguardano in maniera massiva la bellezza, la cura della prole o della casa.

Se pensiamo che uno studio della Carnegie Mellon University, pubblicato lo scorso novembre, ha definitivamente sancito, attraverso l’osservazione dell’attività neuronale con la risonanza magnetica funzionale, che non ci sono differenze tra i cervelli di bambini e bambine alle prese con la matematica e che numerosi studi ci dicono, che i giochi non hanno alcuna influenza, sulla futura identità di genere o sull’orientamento sessuale e che, invece, influiscono certamente sul  potenziamento di alcune capacità (alcuni giochi stimolano le competenze comunicative ed introspettive, altri la manualità e il problem solving), appare evidente che dividere i giochi e i giocattoli in base al genere di appartenenza limita la gamma di possibilità e di esperienze dei bambini, privandoli di alternative, con l’unico risultato di rinforzare gli stereotipi di genere, imprigionando i maschi nel loro ruolo di super eroi senza paura e le bimbe in effimere principesse o massaie, annullando, così, la reale parità di possibilità tra maschi e femmine.

Se è pur vero che maschi e femmine sono biologicamente differenti, è un errore focalizzarsi su questo, perché, in realtà, sono più le cose che ci rendono uguali; sapendo, poi, che sono ben più forti l’influenza della cultura di appartenenza, l’educazione e le esperienze fatte, a renderci quello che siamo, anziché cavalcare queste lievi differenze ormonali, si dovrebbero stimolare i maschi ad una maggior tenerezza, riflessività e comunicazione e le femmine ad una maggior forza e caparbietà, esercitando, così, una corretta educazione all’affettività e stimolazione dell’intelligenza emotiva sui nostri figli.

Se lasciamo che un maschietto giochi con pentole, aspirapolveri e bambolotti tutto quello che potrà capitargli da adulto è di diventare una persona autonoma, che non si deve sposare per mangiare e andare in giro pulito ed, eventualmente, sarà anche un buon padre, in grado di affiancare la compagna nell’accudimento dei figli.

Se lasciamo che una femminuccia giochi con le macchinine, le costruzioni e il piccolo chimico diventerà semplicemente una donna che sa parcheggiare l’auto, mettere un tassello nel muro e magari laurearsi in fisica divenendo partner alla pari in quanto a reddito e che si sposerà per avere un compagno di vita e non qualcuno che la mantenga.

Quindi no, caro Morelli, la scienza dice che le differenze biologiche creano trascurabili diversità tra i generi e quello che siamo lo fa la cultura. Forse dovresti abbandonare le tue radici vetero psicoanalitiche e aggiornarti, attingendo alle ricerche di neuroscienze…e noi tutti dovremmo lasciare che i bambini giochino con quello che più gli piace e rendere il mondo un posto migliore, senza donne oggetto e maschi alpha.

 

 

2-8 ottobre 2017

International Babywearing Week 2017 

 

Il BABYWEARING, portare addosso i propri bambini, si inserisce tra le pratiche di accudimento naturali, in grado di apportare molti benefici, primo fra tutti AIUTARE LA MAMMA A NON SCLERARE !!!

 

Portare addosso il proprio bebè,  come mezzo di trasporto, offre numerosi vantaggi pratici.

Spostarsi con un bambino piccolo può diventare un’impresa stressante!

Le città sono piene di barriere architettoniche e i luoghi pubblici non sono progettati per una mamma e il suo bambino: avete mai provato a fare la pipì in un luogo pubblico, da sole, con il vostro neonato al seguito? Non vale rispondere si, se siete all’Ikea.

Avere il proprio bimbo legato addosso vuol dire non doverlo mai lasciare da solo, nemmeno per un secondo, in un luogo non sicuro.

 

Con il proprio bimbo legato addosso si hanno entrambe le mani libere, per tenere un ombrello o la mano di un altro bimbo, o il guinzaglio del cane. Si può andare a fare la spesa o una passeggiata, in qualsiasi tipo di ambiente e con qualsiasi tipo di clima, sapendo che il bimbo sarà termoregolato dal contatto corporeo.

Il babywearing, però, non è solo “tras-portare”, ma una pratica di accudimento propria della nostra specie e comune a tutte le culture.

E’ un aiuto per la mamma a vivere gradatamente il passaggio tra il pancione e la relazione con il nuovo essere vivente “fuori da sé”.

Il contatto continuo, favorisce, infatti, la produzione dell’ossitocina, ormone fondamentale per l’allattamento, regolatore del tono dell’umore e alla base della creazione del legame di attaccamento.

La dipendenza assoluta del neonato, richiede energie continue: è un  lavoro da “contenitore” a tempo infinito.

Attraverso il babywearing questo compito può essere espletato in modo “automatico” e naturale, : il bambino viene contenuto e rassicurato semplicemente stando addosso alla mamma o al papà, attraverso il contatto, l’olfatto, il dondolio verticale e il dialogo tonico che si instaura.

La neomamma può ritrovare spazi per se stessa, senza dover per forza scegliere se rispondere ad un proprio bisogno, o al bisogno che il suo bambino ha di lei: perciò questo modo di accudire, è un’ottima prevenzione del baby blues.

Il portare consente  ai papà di fare un’esperienza intima e profonda con i loro bambini e di instaurare un precoce legame di attaccamento sulla base biologica della produzione di ossitocina. Per tutti gli adulti di riferimento del bambino, che abbiano il desiderio di portare, rappresenta un’esperienza gratificante, di relazione con lui, in cui essere coprotagonisti.

Il babywearing è una naturale incubatrice per l’esogestazione :

il contatto con il corpo dell’adulto, garantisce al neonato termoregolazione, regolazione del ritmo della respirazione, controllo del riflesso di Moro ed un filtro per le stimolazioni esterne.

Anche nel bambino, il contatto continuo, favorisce la produzione dell’ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, che, con le sue proprietà psicoattive, è cruciale nello sviluppo cognitivo del comportamento sociale di tutti gli animali.

Il contatto fisico è uno degli elementi del processo di attaccamento, cioè della creazione del legame con i genitori, primo passo per la costituzione della base sicura, il mattone fondante della sicurezza in se stessi.

Stare al mondo è un’esperienza nuova e molto forte: grazie al contatto continuo offerto dal babywearing, il neonato non verrà attivato dagli stimoli ambientali, come variazioni di rumore, luce e temperatura, che lo metterebbero in uno stato di disagio e di ricerca dell’adulto, piangerà meno e sarà meno stressato.

I bambini più grandi, se portati addosso, beneficeranno di una stimolazione continua, non solo di tipo propriocettivo-vestibolare (cosa che avviene già per il neonato: ovvero i movimenti dell’adulto portatore stimolano il sistema muscolo scheletrico, come una ginnastica passiva), ma a livello dei cinque sensi. Il  nostro sistema nervoso si attiva e si sviluppa proprio grazie alle stimolazioni ambientali: per questo i bambini richiedono continuamente di essere stimolati e diventano irrequieti quando non hanno nulla da osservare e sentire! Essere portato da un adulto affaccendato,  appaga questo innato bisogno del bambino, che, soddisfatto, si addormenta, ritrovando così la condizione favorevole per il consolidamento e la rielaborazione delle acquisizione fatte durante la veglia.

Essere portati è anche un’importante “scuola” dei meccanismi socio relazionali, che regolano i nostri rapporti umani, un precoce “ingresso in società”, in cui il bambino non subisce passivo e in posizione di vulnerabilità incursioni di adulti nel proprio spazio vitale, come quando è in carrozzina o in passeggino, ma una vera e propria interazione sociale, viso a viso, a pari altezza, protetto dal contatto con l’adulto di riferimento.

E’ indispensabile, però, trovare il supporto giusto, quello più adatto a noi, rispetto alla praticità d’uso, a dove, quando e quanto lo useremo, in modo da non trasformare questa opportunità in un ennesima prova da superare.

Se hai dubbi e curiosità su questo modo di accudire il tuo bambino, non esitare a contattarmi

Bebè a bordo

 

 

 

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre scorso, come tutti sappiamo, il mondo ha perso un altro po’ di senso.
Il mio primo pensiero è stato per la mia compagna di università che vive a Parigi e sincerarmi che stesse bene.
L’attimo dopo ho pensato che ha una figlia: siamo professioniste del settore, ma essere madri e essere dentro ai fatti, a due passi dagli attentati, ti può mandare in corto circuito il cervello…e poi ho pensato alle mie bimbe e a cosa avrei dovuto raccontare loro.

Penso che una delle prime cose che sarà venuta in mente alla maggior parte di noi sia stata proprio come parlarne ai bambini.

In questi giorni, sono stati numerosissimi i contributi in tal senso e la maggior parte di essi sono stati ineccepibili (per cui mi sono risparmiata dal dire la mia).

Mi sono confrontata a cuore aperto anche nel gruppo Genitoricrescono su Facebook (qui potete leggere il bel post che ha scritto Silvia in proposito http://genitoricrescono.com/mano-nella-mano-dopo-parigi/) e ho riflettuto su cosa far sapere alle mie figlie, attingendo non solo alle competenze professionali, ma anche all’esperienza di figlia cresciuta negli Anni di Piombo.

Ieri, però, ho letto questo articolo
https://www.uppa.it/blog/attentati-di-parigi-i-bambini-ci-guardano/

Sicuramente corretto nella risposta, mi ha però lasciata perplessa, perchè non tocca un punto per me fondamentale: i bambini piccoli NON DOVREBBERO GUARDARE IL TELEGIORNALE.

La storia della ricerca psicologica e sociologica sul rapporto tra media e minori, la dice lunga sulla preoccupazione che la televisione ha da sempre destato: ad esempio gli studi di Bandura negli anni ’60 (“What Tv violence can do to your child”) in  cui veniva ipotizzato un influsso sul modellamento (https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dell’apprendimento_sociale) e quindi un’imitazione dei comportamenti violenti, oppure la teoria dell'”incubazione culturale” del francese Gerbner, pubblicata nel 1995, secondo cui l’esposizione ad un certo tipo di immagini potrebbe attivare una progressiva desensibilizzazione alla violenza reale.

Nel 1997, nel libro “Cara TV con te non ci sto più” (di Lodi, Pellai e Slepoj, ed. Franco Angeli), la psicoterapeuta Vera Slepoj, parlava addirittura di trauma da video, riferendosi al possibile impatto, appunto, traumatico che possono avere le esperienze percettive ed emotive che il video ci impone, soprattutto per chi, come i bambini, ha un apparato psichico fragile (io preferisco definirlo come “non ancora strutturato”) e non è in grado di rielaborare i propri vissuti in merito. Pensiamo, allora, a quanto male può fare quando non si tratta di finzione, ma di racconto della realtà!

 

Ma allora, perchè mHenri-Grant-Children-watching-television-1953ai una bambina in età prescolare stava guardando il tg?

 

Proprio perchè, come scrive il dott. Conti Nibali nell’articolo, “I bambini capiscono molto di più di quanto noi possiamo immaginare”, perchè non poniamo più attenzione a cosa li esponiamo?

E’ doveroso spiegare ai bambini le cose, è doveroso non mentire loro, è doveroso avere il coraggio di parlare loro delle nostre paure, trovando il modo di rassicurarli comunque e dobbiamo essere disponibili a parlare con loro di qualunque cosa, perchè è proprio attraverso il dialogo con noi che possono crescere, dotati degli strumenti idonei per affrontare la vita.

Ma insegneremmo mai le divisioni ad un bambino di tre anni, prima che il suo sistema nervoso si sia strutturato abbastanza cosicchè le possa comprendere? Credo proprio di no.

Allora perchè lasciamo che vedano o sentano cose che, non solo sono al di fuori della loro più piena comprensione, ma anche fonte di probabile turbamento emotivo?

Li sopravvalutiamo? Li sottovalutiamo, pensando di potergli raccontare che hanno capito male? O siamo solo così tanto distratti da dimenticarci la loro fragilità? Oppure siamo così egoisti, che il nostro bisogno di guardare il tg ci fa dimenticare dei loro bisogni?

Allora, finchè possiamo, lasciamo che pensino che i Draghi possono essere sconfitti, e quando avranno maggiori competenze emotive e la capacità di avere comunque fiducia e non lasciarsi sopraffare dall’angoscia, un poco alla volta, spiegheremo come va il Mondo.

 

Sono ormai passati diversi anni, dalla prima volta che ho letto un articolo su genitoricrescono.

Ero una neomamma alle prese con una bimba che non dormiva e alla ricerca di un confronto sulla genitorialità che non fosse partigiano e mi ero ritrovata in un luogo virtuale in cui chi scriveva mi sembrava equilibrato e realista.

Nello stesso periodo mi ero ritrovata in un gruppo minuscolo su Facebook in cui si discuteva di tutto di più, dove l’essere genitori era il pretesto per cominciare scambi su politica, filosofia e cultura e lì ho “conosciuto” Serena.

Le nostre visioni erano spesso convergenti e quando non lo erano, era un piacere leggere il suo pensiero…finchè un giorno della primavera del 2013 non mi ha chiesto di scrivere per loro.
Vi confesso che ho sempre l’ansia da prestazione quando devo scrivere per loro, in parte perchè il livello dei loro collaboratori è davvero alto (e se girate un po’ per il blog potete facilmente rendervene conto), e un po’ perchè Serena ha deciso che le piace il mio entrare a gamba tesa su certi temi e il cercare di abbattere le rigide prese di posizione sulla genitorialità che sembrano andare di moda oggi.

Scrivere per loro mi ha fatto vincere in parte le mie insicurezze di “scrittrice” e mi ha fatto pensare che forse, un angolino tutto mio per scrivere, potevo averlo anch’io….quindi è anche merito (colpa) loro se esiste Relazioni Positive 😛

Se avete voglia, qui trovate il mio contributo di oggi per genitoricrescono, sul ruolo dei nonni http://genitoricrescono.com/ruolo-nonni-oggi/

 

(se volete leggere i miei vecchi articoli su genitoricrescono, qui trovate l’elenco completo http://relazionipositive.it/elena-sardo-psicologa/)

 

Per il tema del mese, Generazioni, Serena rilancia sulla pagina Facebook di GenitoriCrescono un mio vecchio pezzo, con questa riflessione:

 

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lo scontro generazionale passa anche attraverso i nostri tabù personali in termini di educazione sessuale. Come tenete a bada i vostri tabù quando parlate di sessualità con i vostri figli?

Buona lettura, per chi ne ha voglia

http://genitoricrescono.com/tabu-personali-educazione-sessuale/